ANIELLO MONTANO
La dialettica arte-storia
Dopo la bella mostra in cui, qualche
anno fa, rivisitava pittoricamente la tessitura urbanistica della città
di Napoli e riproponeva immaginificamente particolari architettonici di
antiche chiese e stinte tracce di affreschi ancora presenti sulle loro
pareti, Rosario Mazzella propone un nuovo ciclo pittorico in cui è
riattivato e magistralmente “giocato” il rapporto storia-arte.
In questa nuova serie di quadri, infatti, ha ritenuto di porre al centro
della sua poetica un momento significativo e fortemente suggestivo della
storia passata. Oggetto dell’attenzione e dell’appassionata
applicazione pittorica di Mazzella, questa volta, è un periodo
tra i più importanti della storia italiana. È quel magico
momento tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, quando nell’Italia
centrale, ad opera di un valoroso rappresentante della famiglia Borgia,
il duca Valentino (lesto di mente e di mano), si profila la possibilità
di formare uno Stato sufficientemente ampio e potente, tale da poter fronteggiare
la pressione sull’Italia di Francia e Spagna. E tale da consentire
ad una mente acuta, qual era certamente quella di Niccolò Machiavelli,
di intravedere la possibilità di realizzare precocemente l’unità
politica della penisola italiana. Unificazione che, se fosse stata realizzata,
avrebbe cambiato il corso degli eventi e avrebbe consentito all’Italia
di evitare secoli di avvilente e devastante dominazione straniera.
A richiamare l’interesse di Rosario Mazzella, però, non sono
i risvolti politici dell’azione di Cesare Borgia o la dissolutezza
della sorella Lucrezia; e neppure la spudorata mancanza di purezza dei
costumi del loro padre, il papa Alessandro VI. A Mazzella interessa recuperare
lo spirito che anima questa famiglia originaria di Valenza, la determinazione,
la forza e la tenacia con cui incarna il potere, lo rappresenta e lo adopera,
ad onta dell’ipocrita perbenismo di cui si ammantava la società
del tempo. All’artista Mazzella sta a cuore, cioè, la rappresentazione
del potere, la sua magnificenza e la sua forza, la sua autocelebrazione,
il peso e l’attrazione che esercita sul popolo.
Il recupero di personaggi e di eventi della storia nell’arte di
Mazzella, in tal modo, si qualifica non come un ritorno al passato, un
tentativo di evadere dal presente e dalla sua durezza, per rifugiarsi
in un mondo altro, idealizzato e nobilitato. E neppure come un riutilizzo
puramente imitativo di figure radicate in un tempo lontano. Assume, invece,
il senso, tutto attuale, di lettura del segno portante del potere che,
pur mutando in certi aspetti particolari della sua rappresentazione, non
muta nell’essenza. Tale recupero, perciò, risponde perfettamente
alla tesi enunciata da Benedetto Croce, ma largamente condivisa dalla
cultura più avveduta, secondo cui la storia passata è sempre
storia contemporanea, in quanto è sempre interrogata e ricostruita
a partire da un bisogno attuale, della nostra età. E, proprio per
essere interrogata e ricostruita a partire dall’oggi, è sempre
permeata dal dinamismo di una forza nuova, che la riattualizza e la colloca
nell’orizzonte del presente.
L’arte di Rosario Mazzella nelle tele di questa mostra, perciò,
si fa strumento di ricerca di un paradigma, di una costante, di un elemento
della vita associata, qual è il potere, che, seppure costruito
e rappresentato con una tramatura di parole e pensieri, di forme e categorie
differenti e seppure collegato a fantasie e ad esperienze rinnovate, possiede
una struttura di fondo costante e permanente. L’arte opera, dunque,
un’azione non solo evocativa, ma ancor più di smascheramento,
di ri-velazione, di messa in evidenza di una precisa forma della vita
associata.
Rosario Mazzella, con questa operazione, si colloca nel lungo e travagliato
solco del fare poietico che non si limita a isolare e a riprodurre particolari,
elementi discreti e definiti nella loro singolarità, nella loro
consistenza fenomenica, di superficie, ma che ama scavare nella cultura
storica, cercare e riproporre figurativamente le tramature profonde, le
strutture portanti della storia stessa.
La scelta del tema del potere è di per sé significativa,
in un momento in cui gli eventi storici sembrano mostrare due facce contrapposte
della stessa questione. Da una parte un allentamento del potere, del suo
ruolo di guida e di indirizzo delle comunità, con il conseguente,
moltiplicantesi, fenomeno della disgregazione, della rottura delle nazioni
in tanti piccoli regionalismi egoistici e autoreferenziali. Dall’altra
la tentazione dei più forti a espandere con il crudo e crudele
potere delle armi la loro influenza e la loro supremazia.
L’arte di Rosario Mazzella ha il dono di raffigurare e comunicare
contemporaneamente il doppio volto del potere: la sua austera e ferma
altezzosità, la sua minacciosa incombenza sui comuni mortali, ma
anche la sua funzione rassicurativa e sedativa delle pulsioni e delle
tensioni disgregatrici e aggressive dei singoli.
Basta guardare la ricchezza dei particolari minuti che fanno da sfondo
e da scena ai ritratti dei personaggi eminenti della famiglia Borgia per
ritrovare la semeiotica del potere, i segni degli strumenti di cui questo
si serve: dalla trama intrecciata delle sbarre evocanti la segregazione
dei riottosi e dei nemici, alla ricchezza e magnificenza delle vesti per
Cesare e Lucrezia, dei paramenti sacri per Alessandro, al simbolo del
toro, ripreso dalla mitologia di ascendenza egiziana ed evocante la forza,
la possanza, il coraggio e la nobiltà, espressa con il portamento
fiero e fermo, all’elmo, simbolo di tutti i poteri e di tutti i
militarismi.
A Rosario Mazzella pittore, per rendere efficacemente il “senso”
del potere, nella sua universale consistenza semantica, non serve la rappresentazione
figurativamente e calligraficamente curata e iperealistica dei personaggi
e delle scene. E neppure la messa in bella mostra di dettagli e particolari.
Basta soltanto un uso sapiente ed emotivamente intenso della materia cromatica.
La figura, pur nella sua chiara e traslucida presenza, è come consumata,
incorporata nella trama del supporto. Non è mai poggiata e fatta
galleggiare sul foglio di carta o sulla larga tramatura della tela di
iuta. Sembra più accennata ed evocata che disegnata e definita
secondo i canoni della tradizione dell’arte come mimesis, come copia
conforme della realtà. A Mazzella non interessa rappresentare la
sua percezione e la sua considerazione relative al potere con un linguaggio
tanto esplicito e ricco di particolari da risultare didattico o inclinare
verso un accademismo deteriore o cedere ad uno stile talmente abusato
da trasformarsi in pura convenzione.
Dopo la grande lezione che da Picasso a Braque ha proceduto alla “disintegrazione
del figurativo”, la resa del sentimento del pittore non può
che essere affidata al colore e al ritmo, alla materia, allo spessore
e al dinamismo che l’artista conferisce ad essa. Sono questi gli
elementi che, integrandosi in un nuovo insieme, danno il senso concreto
del messaggio del pittore. Rosario Mazzella gioca proprio su questi elementi.
E lo fa con finezza stilistica e grande maestrìa. Riesce a lasciare
sul supporto l’impronta del suo sentimento e del suo universo pittorico
attraverso le dinamiche impresse alla materia cromatica e alla selezione
di colori a densa caratura emozionale. La tavolozza di Mazzella, con le
sue tinte forti e cupe ma nello stesso tempo ariose e squillanti, riesce
ad accendere o a risvegliare nell’immaginario del fruitore sentimenti
forti, precisi. Riesce a relizzare la magia di farli dialogare con quelli
che egli, come pittore e quasi a suo sigillo, ha inteso imprimere nel
quadro.
Il colore da Rosario Mazzella è trattato con i più svariati
strumenti, dal pennello alla spatola al pollice. Ad ogni singolo trattamento
corrisponde una sua diversa tramatura e una diversa consistenza. Nonché
una diversa densità. Il tracciato del colore, l’addensamento
o la rarefazione della materia cromatica in questa o in quella parte del
quadro offrono all’occhio del fruitore punti di riferimento privilegiati
e, soprattutto, evocano sentimenti differenti, dal drammatico al tragico,
dal languido all’altezzoso. Il segreto dell’operazione pittorica
di Rosario Mazzella è tutto racchiuso nella sapienza poietica con
cui egli dispone il materiale sul supporto. È proprio in questa
sapienza è nascosto il segreto della sua pittura. È, infatti,
la materia cromatica accortamente e variamente distribuita sulla tela
a dare il senso all’insieme. È la combinazione delle densità
e delle cromìe, il loro accostamento e la loro coordinazione in
un insieme, a fare emergere il significato e a produrre la resa del quadro.
La gamma variata della scala dei colori rappresenta le unità semantiche
del linguaggio di Rosario Mazzella e fornisce un senso chiaro ed esplicito,
nella sua carica simbolica, al quadro. I rossi e i vinaccia evocano la
durezza del potere e le lagrime e il sangue che esso, talvolta, fa scorrere.
I marroni terrosi, i gialli cupi, gli ocra carichi danno il senso della
durezza dell’esistenza, della paura, dello smarrimento che il potere,
con la sua possanza altezzosa e inclemente, fa nascere negli animi degli
uomini.
Alla scala delle cromìe, Mazzella aggiunge un elemento in più.
È il colore della iuta che, lasciata scoperta in alcune parti del
quadro, entra a far parte integrante della campitura pittorica. Intesse
con le altre parti un’intensa dialettica. Fornisce all’insieme,
contemporaneamente, il senso della frammentarietà e dell’incompiutezza,
il cui completamento è affidato alla lettura intelligente e immaginifica
del fruitore, e il senso della totalizzazione e dell’integrazione
della materia del supporto con la materia cromatica. In tal modo si compie
e si chiude un ciclo dialettico. Il ciclo del rapporto, dialogante e integrativo,
dell’artista con il fruitore e della tela con le cromìe.
L’articolazione di tutti questi elementi, coordinati e integrati,
fanno l’opera d’arte e ne rendono chiaro il messaggio implicito
e riposto.
Aniello Montano
(Professore di Storia della Fiosofia
dell’Università di Salerno)
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Maurizio De Joanna
La passione dei Borgia
Protagonista delle opere
di Rosario Mazzella è il tempo. Il tempo, forse il suo mistero,
ma, in ogni modo, quello che impassibilmente scandisce, frammento per
frammento, l’irreparabile perdita dei nostri tempi: voglio dire,
la perdita dei giorni, dei pensieri, delle emozioni e dei sensi concreti
in cui la nostra vita consiste.
Di queste cose, e con ben altra finezza che la mia, si è occupato
Aldo Masullo. Io ne parlo qui un po’ alla buona e ancora più
alla buona mi viene da pensare che, qualche volta, il tempo può
essere anche galantuomo e restituirci qualcosa. Qualcosa che viene dai
suoi abissi profondi: brandelli di un qualche nostro sentire, immagini
di altre stagioni, fantasmi dimenticati e passioni perdute.
E – perché no? – anche la passione dei Borgia. Quella
che ci raggiunge sul filo del testo pittorico di Mazzella e allora, lungo
gli incalcolabili passaggi del tempo, tornano ad affollarsi le figure
di un intervallo perduto: Alessandro con i figli, l’orgoglio del
Papa, la guerra, i fuochi, fino alla grande e terribile Sindone dei Borgia,
quella dove vive la traccia del loro letto, dei sanguinosi cuscini, e
poi la traccia dei corpi, in qualche modo, la traccia del mistero, nello
stesso momento, gaudioso e doloroso della carne: con una sola espressione,
la traccia della vita. Ma quale vita? La loro? O forse la nostra? Quella
che si intravede nelle opere di Mazzella attraverso i segni e simboli
dal nostro tempo? Non possiamo saperlo e non possiamo chiederlo all’opera
d’arte. Essa non può né deve dirlo: i Borgia si mostrano,
ma non si spiegano.
Ma, forse, non possiamo saperlo perché è un intervallo che
appartiene a noi non meno di quanto appartenga alla tragica stagione di
quella famiglia di Papi, alla loro storia e, in ultima istanza, a chiunque
altro e a qualunque altro sentire. Il che, forse, vuol dire che si tratta
di un intervallo che propriamente attiene al tempo dell’arte: quello
che gli orologi e i calendari non sanno scandire e che, come diceva Roland
Barthes, “…è segno di una storia, ma anche resistenza
ad essa”. Il che non vuole certamente dire che l’arte non
sia nella storia, ma dice solo che essa cerca un’apertura affettiva
ed emozionale alla storia, una sorta di passione della storia e dice anche
che, senza quell’apertura e quella passione, non sarebbero possibili
i tempi, le classificazioni, le cronologie e le analisi degli storici
di professione. E, forse, c’è di più: infatti, come
accade nell’opera di Mazzella, prima ancora che si produca una qualche
anticipazione emotiva della storia degli storici, quello che si rivela
è il sentimento del tempo, l’originaria affezione del tempo,
quella che Masullo chiama “l’affettività della coscienza
nascente”. Qui è un profondo sentire che, prima di ogni altra
cosa, noi stessi siamo e che non può non orrelarsi a ogni altro
possibile sentire e a ogni altra esperienza. Qui è un evento “patico”,
del tutto intransitivo, non cognitivo, a-semantico, un evento che, in
un solo momento, si oppone e coappartiene al semantico. Si oppone, perché
esso è del tutto non significativo e viene prima di qualunque forma
di apprensione e di qualunque significatività e, d’altra
parte, coappartiene a ogni nostro possibile e ragionevole dire perché
esso è “di fatto” un primo “venir vissuto”
e nessun altro vissuto e nessuna semanticità, che a ogni altro
possibile vissuto si accompagna, possono nascere se non da quella loro
origine, appunto fattuale. Qui è la passione del tempo, quella
che attraversa tutta l’opera di Mazzella, e per cui, prima di ogni
altro luogo, noi siamo “…abitatori del tempo”. Abitatori
del tempo cui tocca, ogni volta, avvertire di come l’unità
della loro vita sia sempre destabilizzata, spezzata, nel divenire in cui
ogni possibile vita consiste. Destabilizzata, spezzata, ogni volta che
il pathos del cambiamento ci sorprende e ci avverte di qualcosa che è
irrimediabilmente perduta, di un frammento della nostra vita che, nell’irreversibilità
del tempo, è irrevocabilmente consumato, trascorso.
Qui, con Masullo, è l’insanabile discontinuità della
vita, in un modo o nell’altro, sempre scandita “dalla traumatica
irruzione della contingenza”. E, allora, ogni volta, cerchiamo di
reintegrare quell’unità e quella pienezza perdute, e, ogni
volta, costruiamo un’allucinazione, un fantasma: quello che Masullo
chiama il fantasma del sé. Si tratta, allora, di un luogo che ci
appartiene prima di ogni altro, di un fantasma che ogni volta insorge
dalla passione originaria del tempo, quella passione che è la radice
e il destino di ogni nostro possibile vivere, di ogni nostra possibile
esperienza e di ogni nostro sentire e pensare. Ed è anche la radice
e il destino di ogni possibile semiosi, se, come diceva Peirce, “…ogni
pensiero è un segno” e, visto che la nostra vita altro non
è che una successione di pensieri, ogni uomo è un segno.
Il che, anche facendo a meno di scomodare Peirce, risulta, in qualche
modo, più chiaro, se pensiamo a quanto sarebbe difficile dare un
qualche senso possibile alla nostra vita se dovessimo fare a meno dell’universo
di segni di cui essa è intessuta.
Se così stanno le cose e quale che sia il modo, non possiamo che
anticiparne, ogni volta, l’interezza, la misura totale. In fondo,
quale senso avrebbe anche il più banale dei nostri gesti se non
lo inscrivessimo nell’orizzonte intero della nostra vita? A ben
vedere, anche il più irrilevante dei nostri pensieri, la più
insignificante delle nostre azioni, la più quotidiana e meccanica
delle nostre pratiche di semiosi, ad esempio, quella di pronunciare, in
un bar, la frase “mi dia un caffè”, come pure il più
alto fra gli assiomi della scienza e la più ardita fra le idee
della filosofia, per avere un significato possibile e per non essere,
come diceva Kant, delle rappresentazioni del tutto soggettive, per non
essere degli oggetti irrelati ed incomprensibili, invocano, esigono, la
loro comunicabilità e, con essa l’idea dell’interezza
del nostro vivere, il senso della sua totalità. Infatti, altro
luogo non c’è perché una qualche comunicazione possa
efficacemente passare fra chi la produce e chi la riceve. Forse questa
è la condizione per cui tutto lo sterminato universo dei segni
è possibile. Qui è, allora, l’avventura e la regola
di ogni nostro sentire, di ogni nostro pensare e di ogni segno, evidentemente
compresi anche quelli che, comunemente chiamiamo opere d’arte. Dopo
tutto, le opere d’arte, prima di ogni altra cosa, non sono che segni
e, come tali, non possono che vivere quell’avventura e sottostare
a quella regola.
Ma, forse, con un solo privilegio, come dire, in loro favore: quello della
loro esemplarità. L’esemplarità del fantasma che le
abita. Infatti, se è possibile pensare che quel fantasma è,
in ogni caso, quello che rende tale qualsiasi segno, una cosa sono le
condizioni per cui esso abita un qualsiasi enunciato di tipo referenziale,
altre quelle per cui esso vive nell’opera d’arte. Nel primo
caso, in ragione di quel fantasma, ogni volta, integriamo un ordine, un
insieme di informazioni più o meno necessarie allo svolgimento
quotidiano e pratico della nostra vita, nel secondo, invece, mentre l’opera,
come dice Gianni Vattimo, nega “…il suo essere divenuta”
nella “…quiete apollinea della sua forma”, quel fantasma
custodisce proprio quel travaglio, quell’emotivo “essere formata”
e, con essi, custodisce, come diceva Filiberto Menna, “un nucleo
roccioso”: un nucleo roccioso di senso. Il che, mi pare, che dica
anche Emilio Garroni quando sostiene che ciò che importa, nell’opera
d’arte, qualunque essa sia, è la sua “materia”.
Materia intesa non come quella con cui l’opera viene prodotta e
neppure come quella che dipende da un particolare virtuosismo dell’artista,
sebbene, tutte e due, sempre con Garroni e come mi pare che accada nell’opera
di Mazzella, non possono mancare di avere un decisivo rilievo. Ma, al
fondo, si tratta di un’altra materia: la materia in quanto implicitezza,
in quanto nucleo irriducibile dell’opera. Propriamente quello che,
quando si rivela come tale, si rivela, allora, come senso capace di dar
luogo a molteplici e indefiniti significati. Allora, luogo del sé,
del sé dell’opera: quello che, come Garroni suggerisce, proprio
per i molteplici significati cui dà luogo, esemplarmente si mostra
come apertura a significare, come apertura alla semanticità. Ma
proprio in ciò, vale a dire proprio perché è il luogo
che inaugura ogni possibilità di significazione, esso è
anche un luogo mai interamente esplicitabile, mai interamente riducibile
in e a un qualche significato più o meno univoco. Come dice Masullo,
un luogo “discorsivamente inespugnabile”. E anche linguisticamente
inespugnabile: infatti, se proviamo a interrogare la lingua, quella dove
è sedimentato un umano sentire ben più grande di quello
che chiunque può pretendere di possedere a titolo privato, ci accorgiamo
del fatto che, come mette in luce Giorgio Agamben, non è possibile
raggiungere il riflessivo sé in forma diretta. Esso non ha nominativo:
in greco antico, où, oì, è, in latino, sui, sibi,
se, in tedesco , seiner, sich. Il che nella sua pura e semplice grammaticalità,
non è privo di significato. Vuol dire, infatti, che il luogo che
ci appartiene prima di ogni altro, che prima di ogni altro appartiene
ai nostri pensieri e ai nostri segni, il luogo dove è in gioco
una ri-flessione, una relazione con noi stessi, non può assumere
la posizione di soggetto e che bisogna, in tutti i casi, costruire un
riferimento ad un altro soggetto grammaticale, nome o pronome che sia.
E vuol dire ancora che, se possiamo cercare di avvicinarci a quel luogo
sempre e solo, attraverso un caso obliquo, quel luogo non può essere
mai interamente nominato, in ultima istanza, mai interamente pensato e
raggiunto.
Qui è, allora, un sintomo dell’inespugnabilità discorsiva
del fantasma che vive in ogni segno. Del fantasma che vive in ogni opera
d’arte e dove, ogni volta, si reintegra faticosamente la storia
del suo faticoso divenire. Il fantasma, l’allucinazione, che, mentre
ricuce le ferite del tempo, alla temporalità di nuovo si affida
perché l’opera viva. Come dice Garroni, la temporalità
è la condizione primaria delle opere d’arte esemplari e in
esse, “…il tempo stesso si esibisce […]: come un processo
e come un punto, come un’insorgenza e uno svolgimento”. E
qui è l’avventura, forse, il destino, di ogni autentica opera
d’arte e, ovviamente, anche l’avventura e il destino dei Borgia
di Mazzella. Essi non possono che abitare l’opacità del tempo,
non possono che insorgere dalla sofferenza del tempo, quelle da cui l’artista
li ha evocati e cui di nuovo si affidano lungo la temporalità delle
interpretazioni, delle letture e dei sentimenti che essi suscitano.
La temporalità ci è data di abitare e dove siamo coinvolti
dalle passioni dei Borgia e dove, quali che siano, risuscitano le nostre
stesse passioni. La temporalità dove siamo sorpresi dalle immagini
dei Borgia, dalle tracce di una loro possibile stagione, dalle tracce
della loro vita e dove, prima di ogni altra cosa, siamo sorpresi dalla
verità dei Borgia. E questa altro non è che la verità
dell’opera d’arte, la verità di ogni autentica opera
d’arte. Una verità che appartiene solo all’opera e,
come accade per chiunque altro, neppure l’autore la possiede. A
questo proposito, vale forse la pena di ricordare che una volta Paul Cezanne
disse: “Je vous doi la verité en peinture e je vous la dirai”.
Molti anni dopo, Jaques Derida, in un suo notissimo scritto, replicava
che non si può dire la verità della pittura, perché
la pittura è la verità. La verità che non può
essere detta senza essere tradita. Col che, neanche Cezanne avrebbe potuto
dirla senza tradimento. E, a ben vedere, si tratta di un tradimento almeno
inevitabile, se, come credo, la verità dell’opera è,
prima di tutto, quel “nucleo roccioso”, quella “materia”,
quel grumo opaco di senso dove e per cui ogni autentica opera d’arte
inaugura l’orizzonte della significazione: in una sola espressione,
quella verità è ancora il sé dell’opera. E’
il luogo dove vive il seme di ogni detto e di ogni segno: quelli che,
come dice Umberto Eco, se non sono buoni per mentire, non sono buoni neppure
per dire il vero. Il luogo che, semplicemente, non può essere detto:
ed ogni tentativo di dirlo, di tradurlo in un qualche enunciato, più
o meno, significativo non è che il suo tradimento. Allora, traduction-traison?
Sicuramente sì, ma quel tradimento è anche la vita dell’opera:
quella che si dipana sul filo dei discorsi e delle emozioni che essa stessa
suscita. Col che, in un modo o nell’altro, se vogliamo parlare dei
Borgia di Mazzella o, e mi pare più verosimile, se sono essi che
ci inducono a parlare, innanzitutto, non possiamo che tradirli, ma, proprio
in quel tradimento, altro non facciamo che restituirli ai nostri pensieri
e alle nostre passioni: quelli e quelle che, si voglia o no, ogni volta
e secondo il tempo dell’arte, leggiamo e riconosciamo nello specchio
e nel tempo dei Borgia. Ogni volta, come accade a me, qui e ora, mentre
scrivo.
Maurizio De Joanna
(Professore di Semiologia dell’Università di Napoli)
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