| Affreschi sciolti | ||
Molti sono oggi gli artisti che praticano sconfinamenti linguistici e traversie tecniche nella molteplicità dei vari scambi tra l’arte e i media. Pochi sono per contro i creatori maturi che sui confini sostano per indagarli; e liberarli dalle barriere; e così unire i diversi campi. Pittore stanziale di complessi pittorici assai mobili, Rosario Mazzella esplora da anni il mantice operativo e percettivo che soffia immagini tra l’affresco a parete e la pittura a olio sul versante della raffigurazione storica. Esperto di affreschi, la cui committenza langue per scarsità di senso comunitario, di spirito di culto, questo pittore ne ha trasmesso l’impalcatura materica e il cromatismo alla pittura su tela. Tele di iuta, ampie, ruvide, reticolate, libere dal telaio, che lui tiene sciolte mentre le dipinge. Sono il supporto preferito dai pittori analitici. Dunque, la sua linea di confine è un passaggio che corre tra la tela e il muro – o tra il cavalletto e l’affresco – aderendo istintivamente a questo più che a quello. Mazzella sa bene che nulla è più prefissato né prefigurabile nell’evoluzione dei linguaggi artistici, perciò mira a ventilare ogni possibile apertura (mantice, dicevo) nel formarsi dell’opera, a mantenere in disordine gli interstizi tra la necessità di fare arte e le sue libertà – tra il progetto e il destino, avrebbe detto G. C. Argan, che a suo tempo ha dedicato a Mazzella una mirabile chiosa. La tela sciolta, l’affresco sciolto, la parete sciolta, nella sua opera, in nessun modo ci rimandano alla memoria retrospettiva (meno che mai allo “strappo” di un restauro) né a quel surrogato di specchio per spettatori che fu la “poetica del muro” di impronta informale. Ben al contrario, le tele di Rosario ondulano come fanno tutte le reti che pescano (materialmente o in via immateriale) nella vastità dei miti, degli eventi storici e della comunicazione umana. Sempre ha dipinto, Rosario Mazzella, in solitaria letizia, per passione, con coraggio, fuori da recinti o mercatini. E’ libero ora di fare scorrere le sue tele parietali come un fiume. Oggi è facile, per esempio, visitare la grande muraglia cinese; puoi risalirla a pochi chilometri da Pechino, dove è tuttora una fortificazione salda, resistente; un dragone che, da lì, si dirama non sai dove; dicono che si veda dalla luna, quel che fu il cimitero più grande. Ma le mura cadono in polvere; i muri, in disgrazia. Altrove, la muraglia cinese si è consunta in secoli di sole e di piogge; nelle immense tratte lungo i deserti, le sue palizzate d’argilla sono tornate al fango; niente ferma per sempre i mongoli né gli emigranti interni. Non mi soffermerò sugli aspetti mitologici e letterari che Rosario Mazzella implica in quest’ultimo ciclo di ampi dipinti, incentrati sulle leggende di un fiume, una regione; altri saprà dire meglio di me ciò che il Lalento e il Cilento suscitano nella visione del tempo. Oltre che pittore validissimo, del resto, questo autore è un poeta ispirato, il cui sapere scorre, mai sazio di conoscere, come flusso non parcellizzato, plurimo e continuo. L’uomo di lettere può interagire col pittore, però il suo dipinto è illetterato mentre lui lo dipinge. Nondimeno, annoto che il tema dominante di questi dipinti ventilati – un fiume lento in quanto atavico – si presta a fungere da metafora suggestiva, non soltanto della struttura dell’opera di Mazzella, bensì anche della condizione stessa del dipingere dopo la fine delle avanguardie. Si dipinge nell’acqua di sempre: un fiume lento, placido, pressoché sacro. Non solo le ultime generazioni sono tornate a dipingere in massa senza lacerarsi fra l’astrazione e la figurazione; ma anche, di pittura e della sua storia millenaria, nutrono tutti i nuovi media tecnologici, video in testa. Sono, le superfici dipinte, un Gange vastissimo delle icone di massa; e un Rio delle Amazzoni di segni primitivi o pluviali assai frastagliati; sono un Don placidissimo che allaga i porti delle geometrie e le derive nebbiose dei concetti. La millenaria orografia semiliquida della pittura attraversa, ovviamente, altri sistemi orografici, altre tecniche, altre arti, nella genealogia solidale dell’immaginario. La creazione non ha rami secchi. E’ ben visibile come nelle tele dipinte da Rosario Mazzella si rigenerino il genere storico e il supporto parietale; sul cui futuro, questo maestro napoletano ha sempre scommesso generosamente. Una recente esposizione cantiere di un museo di Nizza ha visto elaborare le più diverse installazioni “intra-muros” da parte di artisti famosi a ciò dedicati. Come l’acqua sta alla vita, non molto diversamente sta la pittura all’immaginazione. Non più, dunque, i torrenti a strapiombo in linea con il progresso, nelle cui correnti eraclitee i modernisti cercavano di bagnarsi per primi. E’ il dipingere il tutto, la globalità più diffusa. Se il Nilo facesse opera d’arte, il limo sarebbe pittura; e ogni mostra, un buon raccolto. Anche la Sfinge era un muro, un passatore micidiale. Se tu non riuscivi a sciogliere l’enigma del giorno, o viandante, venivi divorato sul posto. Oltre l’enigma risolto, trovavi un altro enigma, e un altro ancora, secondo quanto sempre avviene nei processi cognitivi. Inermi, sì, ma non sprovviste di sospetti e di senso del tragico, sono le pitture tese e al tempo stesso sciolte che Rosario Mazzella espone e ambienta le une presso le altre. E’ un corso dinamico, il loro, di figure, sinopie, soluzioni, domande, che trascinano reti di iuta. Ascoltiamo talora mostre che vibrano di oracoli morbidi e silenti – e questa ne è una. . Tommaso Trini, 2007 |
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